Il volume di Emanuele Zappasodi segna un momento di capitale importanza per la storiografia del Trecento senese, restituendo al dibattito critico un manufatto d’eccezione che si credeva inabissato in un silenzio durato oltre un quarto di secolo. Questa “riscoperta” non solo riabilita un oggetto di raffinatissima fattura suntuaria, ma permette di rileggere la temperie di un’epoca dominata dal magistero “bruciante” di Duccio di Buoninsegna, in cui il confine tra pittura e oreficeria si faceva quanto mai labile e fecondo.
L’opera emerge da una complessa “storia del silenzio” che attraversa i nodi più prestigiosi del collezionismo europeo. Promessa per la fondamentale rassegna del 2003 al Santa Maria della Scala, Duccio. Alle origini della pittura senese, la cassetta rimase allora invisibile agli studi. La sua fortuna critica vanta radici profonde: segnalata in un transito londinese da un appunto manoscritto di Federico Zeri (inv. 20100-20110), l’opera passò per una raccolta privata milanese prima di approdare alla Galleria Nella Longari e, nel 1986, alla celebre collezione di Carlo De Carlo. Il rientro definitivo del manufatto nel dibattito scientifico impone oggi una precisione onomastica necessaria: l’autore, il Maestro degli Albertini, è quel “duccesco della prima ora” a lungo cristallizzato sotto il nome convenzionale di “Pseudo Maestro Gilio” e talvolta sovrapposto alla figura del “Maestro degli Aringhieri”. Tale rarità di riscoperta trova riscontro in una straordinaria integrità fisica, facendone un testimone quasi intatto della devozione medievale.
Morfologia e rigore tecnico del manufatto
La cassetta si presenta come un oggetto polimaterico dove l’architettura lignea emula programmaticamente i preziosi cofanetti in metallo. La struttura, chiusa da una copertura a spioventi, integra la funzione liturgica di “teca reliquiario” a un’estetica di lusso riservata alla visione ravviata e al maneggio devozionale.

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